Roma, 20 maggio 2026
AL SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
On. Giorgia Meloni
e, per conoscenza:
AL SIGNOR MINISTRO DELL’INTERNO
Prefetto Matteo Piantedosi
AL SIGNOR MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
On. Carlo Nordio
AL SIGNOR CAPO DELLA POLIZIA
DIRETTORE GENERALE DELLA PUBBLICA SICUREZZA
Prefetto Vittorio PISANI
OGGETTO: Caso Shalabayeva – Tutela dell’azione di polizia e certezza del diritto.
Preg.mo Signor Presidente del Consiglio,
ci rivolgiamo a Lei con rispetto e senso delle istituzioni per sottoporre alla Sua attenzione una vicenda che riteniamo di particolare rilevanza, non solo per i suoi risvolti giudiziari, ma anche per le profonde implicazioni morali, operative e istituzionali che essa sta determinando tra gli appartenenti alle Forze di polizia e, più in generale, tra quanti servono quotidianamente lo Stato.
Condannati per il caso Shalabayeva Renato Cortese, all’epoca dei fatti Capo della Squadra Mobile di Roma, e Maurizio Improta, Dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma, insieme ai funzionari Luca Armeni, Francesco Stampacchia e Vincenzo Tramma.
Pur nel rispetto sempre dovuto alle decisioni dell’Autorità giudiziaria, riteniamo di esprimere la nostra vicinanza personale e professionale ai cinque Dirigenti della Polizia di Stato coinvolti nel caso Shalabayeva. Si tratta di una vicenda estremamente complessa, come dimostrano l’assoluzione pronunciata in appello dalla Corte di Appello di Perugia e la successiva richiesta di assoluzione da parte della Procura Generale di Firenze, con esiti che appaiono, per molti aspetti, inattesi.
Tale situazione evidenzia ancora una volta quanto sia difficile, per chi opera quotidianamente a tutela della sicurezza dei cittadini, adempiere ai propri compiti rispondendo alle aspettative istituzionali senza esporsi a rilevanti rischi personali e professionali.
Resta il fatto che sono stati condannati servitori dello Stato con curricula di alto profilo, che hanno dedicato la propria vita all’affermazione dei principi di legalità e giustizia. In questo contesto, appare significativo ricordare come Renato Cortese abbia segnato una pagina importante nella storia della lotta alla mafia dopo le stragi del 1992, contribuendo in modo determinante alla cattura di pericolosi esponenti della criminalità organizzata, tra cui Bernardo Provenzano, Pietro Aglieri, Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca, del quale riteniamo opportuno evidenziare solo una breve frase delle sue deposizioni giudiziarie per inquadrarne la pericolosità sociale: «Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento».
Proprio Renato Cortese riceverà nella giornata odierna, 20 maggio, la cittadinanza onoraria dal Comune di San Giuseppe Jato, quale segno tangibile della riconoscenza delle istituzioni e dei cittadini verso il suo operato e, più in generale, verso quello della Polizia di Stato.
Riteniamo altresì doveroso dare voce allo stato d’animo di quanti oggi svolgono il servizio di polizia in Italia, cresciuti nel solco dell’esempio dei predetti grandi Servitori dello Stato. Colpisce, in particolare, il protrarsi per oltre tredici anni di un iter giudiziario che non ha ancora trovato una definitiva conclusione, con un susseguirsi di decisioni – tra condanne e assoluzioni – che hanno generato disorientamento e preoccupazione tra gli operatori del settore.
Non può, inoltre, essere sottovalutato il messaggio che una simile vicenda trasmette a migliaia di appartenenti alle Forze di polizia chiamati quotidianamente, spesso in contesti caratterizzati da urgenza, complessità operativa e forte pressione decisionale, ad adottare decisioni spesso complesse nell’ambito di procedure disciplinate dall’ordinamento e nel quadro del coordinamento con le autorità competenti.
Il rischio concreto è che il maturare, nel tempo, di valutazioni difformi rispetto a condotte adottate nell’ambito delle procedure istituzionali finisca per alimentare negli operatori un senso di insicurezza tale da condizionarne l’azione. Ne deriverebbe una progressiva riduzione della capacità di iniziativa e della necessaria tempestività operativa, elementi essenziali per l’efficacia dell’attività di polizia.
Uno Stato democratico non può permettere che chi agisce nell’esercizio delle proprie funzioni, facendo affidamento su procedure ufficiali e sul coordinamento con le autorità competenti, maturi la convinzione di poter essere lasciato solo, a distanza di anni, dinanzi a mutamenti interpretativi imprevedibili.
Questa situazione rischia di incidere profondamente sulla serenità e sulla determinazione di chi è chiamato quotidianamente a far rispettare le leggi nel nostro Paese. Quando un procedimento giudiziario si protrae per oltre tredici anni, coinvolgendo servitori dello Stato per fatti connessi all’esercizio delle loro funzioni, il processo stesso finisce inevitabilmente per assumere effetti gravemente incidenti sul piano umano, professionale e istituzionale.
Riteniamo pertanto che sia giunto il momento di assumere una posizione chiara: è necessario superare le eccessive lungaggini dei procedimenti, garantire maggiore certezza giuridica agli operatori che agiscono nel rispetto delle procedure e ribadire con forza il valore e la dignità di quei poliziotti che, con professionalità e senso dello Stato, hanno contribuito a difendere il Paese nei momenti più difficili, infliggendo duri colpi alla criminalità organizzata.
In questa prospettiva, si avverte l’esigenza che attorno a chi ha dedicato la propria vita alla lotta alla mafia in modo reale e concreto senza mai indietreggiare, maturi la più ampia convergenza, capace di ricomporre sensibilità differenti in nome di principi comuni e condivisi, sull’esempio di altre stagioni della vita istituzionale del Paese, in cui il sostegno a chi operava a tutela della legalità ha saputo esprimersi in forme corali e trasversali.
Appare altresì opportuna una riflessione sul tema del legittimo affidamento dell’operatore pubblico che agisce sulla base di atti ufficiali e nell’ambito delle proprie attribuzioni, così da assicurare un equilibrio sostenibile tra responsabilità individuale ed efficacia dell’azione operativa a tutela della collettività.
A tali servitori dello Stato deve essere riconosciuto il sostegno delle istituzioni e dei cittadini.
Lo consideriamo un doveroso atto di giustizia, al quale tutti sono chiamati a concorrere.
La preghiamo, Preg.mo Signor Presidente del Consiglio, di voler valutare con la massima attenzione quanto sopra rappresentato, nella consapevolezza che dalla vicinanza delle istituzioni e dalla chiarezza delle regole dipendano non soltanto la serenità degli operatori di polizia, ma anche l’efficacia dell’azione dello Stato a tutela della legalità, della sicurezza pubblica e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.
Con profonda e sincera stima.
Il Segretario Generale del COISP
Domenico Pianese
